Il malato immaginario. Arti e psicoanalisi.
- Veronica Ruffato
- 16 mar
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 18 mar

Daumier Honore, il malato immaginario
Nello scorso articolo Cos'è l'ipocondria. Un approfondimento psichiatrico abbiamo provato a rispondere alla domanda su che cos'è l'ipocondria sostando sul punto di vista psichiatrico e meramente descrittivo del fenomeno. In questo articolo invece tenteremo di esplorare, anche attraverso le arti, che cosa il pensiero psicoanalitico può insegnarci su questo sintomo.
L’ipocondria non ha interessato solamente gli psichiatri e gli psicologi dei vari tempi ma la sua storia si intreccia anche con quella delle arti, come la filosofia, la poesia e il teatro. Vari autori infatti, nel tempo, hanno tentato di definirla e di riprodurne e mostrane le varie e curiose sfaccettature.
In ambito filosofico troviamo Immanuel Kant, nel 1798, che in “Antropologia pragmatica” ha esposto il tipo di sintomatologia di questo disturbo:
“La malattia degli ipocondriaci consiste solo in ciò, che certe sensazioni corporee interne non tanto rivelano un male reale esistente nel corpo, quanto piuttosto lo fanno solo temere […] In tal modo l’ipocondria diventa la causa dell’immaginazione di mali corporei, dei quali il paziente ha coscienza che sono pur immaginari, ma che non può impedirsi di ritenere di volta in volta qualcosa di reale.”
Ma anche Guicciardini scrittore del 1500, in “Ricordi”, scrive pagine lucidissime sul tema descrivendo con singolare acutezza lo stretto legame che intercorre tra l’ipocondria e la questione della morte per l’uomo.
“È certo gran cosa che tutti sappiamo avere a morire, tutti viviamo come se fussimo certi avere sempre a vivere; non credo sia la ragione di questo perché ci muova piú quello che è innanzi agli occhi e che apparisce al senso, che le cose piú lontane e che non si veggono; perché la morte è propinqua, e si può dire che per la esperienzia quotidiana ci apparisca a ogni ora; credo proceda perché la natura ha voluto che noi viviamo secondo che ricerca el corso o vero ordine di questa machina mondana, la quale non volendo resti come morta e sanza senso, ci ha dato proprietá di non pensare alla morte, alla quale se pensassimo sarebbe pieno el mondo di ignavia e di torpore.”
Questo passaggio, letto in chiave psicoanalitica, permette di isolare un punto decisivo. A mio avviso, Guicciardini ci sottolinea la questione di fondo che sta alla base del rapporto ipocondriaco con il corpo. Ci espone come l’uomo non possa sfuggire al reale della morte la quale, è sì coperta da un velo di pacificante negazione (“ci ha dato proprietà di non pensare alla morte”), ma, come abbiamo avuto modo di approfondire nell'articolo "il corpo e l'angoscia nella psicoanalisi lacaniana", questo velo è troppo corto e il reale può far capolino nella vita quotidiana a ogni ora. Per l’ipocondriaco una cosa è chiara, “la morte è propinqua”.
Valeria Egidi Morpurgo e Giuseppe Civitarese, nel volume L’ipocondria e il dubbio. L’approccio psicoanalitico, affiancano alla tipica descrizione di questa patologia un elemento decisivo: il dubbio. È proprio il dubbio, infatti, a rappresentare il fattore che distingue l’ipocondriaco dall’ansioso. In questa prospettiva, il tormento dell’ipocondriaco non è soltanto la paura della malattia, ma soprattutto un dubbio continuo, difficilmente placabile dai ragionamenti o dalle rassicurazioni. Il dubbio ossessivo, potremmo dire, riguardo alla domanda sono vivo o sono morto?.

Alberto Sordi in Argante, nel film "Il malato immaginario"
Cercando un esempio sul piano teatrale e letterario, troviamo che l’ipocondria è raffigurata in un'opera precisa di Molièr, intitolata Il malato immaginario. Il suo protagonista, Argante, è un personaggio vittima della sua ipocondria. In questa arguta commedia assistiamo a lungo alle lamentele insistenti di Argante rispetto ai suoi dolori, per i quali si lascia ingannare da medici ciarlatani, e dalla seconda moglie, donna avida. Nel contempo Argante disconosce le esigenze della figlia Angelica di sposarsi per amore, al fine di darla in moglie, contro la sua volontà, a un giovane medico. Come ci dice bene questo passaggio, Argante manifesta tratti ipocondriaci descritti sopra:
“Argante: è possibile lasciare un malato solo solo? […] mi lasceranno morire da solo in questa stanza. “
[…]
“Argante: La ragione è che, essendo malato ed infermo, voglio avere un genero e una parentela di medici per poter contare sui migliori aiuti contro la mia malattia. Voglio avere in famiglia una fonte continua di rimedi necessari, di consulti, di ricette. “
La psicoanalista Valeria Egidi Morpurgo, nel suo contributo al volume L’ipocondria e il dubbio, analizza il singolare personaggio di Argante. Secondo Morpurgo, nella commedia il protagonista non fa altro che descrivere le proprie malattie, ma le sue lamentele sembrano rivolgersi meno al corpo in sé e più all’ambiente che lo circonda.
Nelle parole di Morpurgo, “al di sotto della sua paura di ammalarsi […] c’è il bisogno di riproiettare al di fuori un oggetto cattivo, ma questo tentativo non trova un contenitore adeguato e perciò il malato immaginario continua ad essere spaventato, insoddisfatto e lamentoso”. Seguendo questo ragionamento, di matrice kleiniana, si può ipotizzare che attraverso i suoi lamenti Argante tenti di dare un posto all’angoscia. In altre parole, egli prova a trasformare un’angoscia diffusa in un sintomo corporeo localizzabile. Il dolore di un organo diventa così una forma più gestibile rispetto a un’angoscia che, altrimenti, resterebbe senza nome.
Con i suoi lamenti Argante sembra dunque lanciare un allarme. Egli tenta di comunicare qualcosa che i suoi interlocutori cercano invece di non ascoltare: la paura profondamente umana di invecchiare e di morire. Per questo la sua sofferenza, che richiama la presenza sempre possibile della morte, viene respinta e ridicolizzata da chi lo circonda. Ascoltarlo davvero significherebbe infatti riconoscere e confrontarsi con la propria stessa angoscia.
Solo alla fine qualcuno trova il modo di uscire dall’impasse.
Succede nell’ultima scena della commedia, quando Angelica, credendo Argante morto, lo piange:
“Angelica: Ohìme! Piango la più cara e preziosa cosa che potessi perdere al mondo; piango la morte di mio padre.”
La figlia esprime il dispiacere di averlo offeso e la volontà di ritornare indietro al punto di rottura con il proprio padre. In questo punto Argante si risveglia e piange insieme all'amata figlia.
La scena finisce qui, lasciando intendere che anche i sintomi ipocondriaci finiscano con essa. Molier con questa commedia vuole dirci qualcosa; attraverso il personaggio di Argante mette in scena una questione. Ciò che attraversa tutta la commedia è una domanda inconscia, Argante chiede a chi gli sta intorno, puoi perdermi?. La risposta della figlia giunge solamente alla fine e con essa anche la risoluzione del sintomo. Ciò che ci tiene in vita, ciò che ci dà vita, non è dunque la medicina che cura il corpo biologico ma l'amore, o meglio, il legame con l'Altro. In altre parole, pensando all'insegnamento di Lacan, ciò che vivifica il nostro corpo è il sapere che abbiamo un posto nel desiderio dell'Altro.
Giunti alla fine di questa riflessione, possiamo concludere che l’ipocondria non appare soltanto come un insieme di sintomi legati alla salute, come ci vuole spiegare il DSM-5 nell'articolo precedente "Cos'è l'ipocondria. Un approccio psichiatrico", ma come un modo complesso attraverso cui il soggetto mette in scena il proprio rapporto con il corpo, con l’angoscia e, soprattutto, con la morte.
BIBLIOGRAFIA
V. E. Morpurgo, G. Civitarese (a cura di), L’ipocondria e il dubbio l’approccio psicanalitico, Franco Angeli, Milano 2011
I. Kant, Antropologia pragmatica, Laterza, Bari 2009
F. Guicciardini, Ricordi, Garzanti, Milano 2003
Molier, Il malato immaginario, Einaudi, Milano 1997


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